Lisa Bosia torna in aula: martedì 10 settembre 2019
a Locarno, il processo in appello (ore 9:30)

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Lisa Bosia ed il soccorso ai profughi

Lisa Bosia chiede alla Corte di Appello del Cantone Ticino che venga annullata la sentenza della sua condanna pronunciata dal Pretore di Bellinzona. Dopo avere soccorso e conosciuto per mesi famiglie di rifugiati accampate alla Stazione di Como, Lisa Bosia avrebbe favorito l’entrata clandestina di alcuni di loro in territorio svizzero.


Lisa Bosia chiede che la Giustizia svizzera riconosca la differenza sostanziale fra passatori per lucro, da una parte, e coloro che aiutano i profughi per motivi umanitari. Per questo motivo il processo di Locarno assume un'importanza che oltrepassa la necessità di rendere giustizia ad una persona, Lisa Bosia, che da anni si occupa giorno e notte, senza pausa, del soccorso di persone in fuga dalla guerra, dalle torture e dalla fame. Si tratta di cancellare dalla Storia della Svizzera il “delitto di solidarietà".

La Corte di Appello del Cantone Ticino dispone dello strumento giuridico necessario: riconoscere che Lisa Bosia ha agito in una situazione che il Codice penale svizzero definisce “stato di necessità”: coloro che hanno infranto una regola puramente amministrativa, come quella dell’obbligo di passare attraverso un valico doganale, non devono essere puniti. Il Codice penale svizzero, come quello di molti altri Paesi, prevede una norma tagliata su misura per queste situazioni di obiezione di coscienza. Questo è il tema principale di questo processo. La sua importanza è fondamentale come fondamentale è l’obbligo di sempre anteporre la salvaguardia della protezione di persone vulnerabili che si trovano in pericolo. Un dovere non un delitto.


La mano aperta
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laRegione, 4 settembre 2019 - Di Alberto Nessi, scrittore

Il mese d’agosto di tre anni fa, quando vidi le tende dei rifugiati eritrei, somali, etiopi accampati (…)
(…) tra gli alberi sotto la stazione ferroviaria di Como, pensai a Lisa Bosia, che sapevo impegnata nell’aiuto agli sventurati. Ho ancora in mente il viso di quei ragazzi, la loro disperata allegria, i panni stesi ad asciugare sui rami degli alberi, le scarpe abbandonate tra l’erba. E l’angoscia scritta sul loro viso, a raccontare storie di sofferenze e di speranze svanite.

Sulla strada accanto alla stazione un giorno passarono le teste rasate dei razzisti comaschi con striscioni, bandiere e fumogeni tricolori. Sfilarono accanto a una scultura che inalbera due gigantesche mani di bronzo, una alzata, l’altra piegata al suolo. Quest’ultima mi sembrò l’emblema della sconfitta per quei fuggiaschi; e pensai che essere con Lisa vuol dire tentare di aprirsi, avere empatia, saper dare una mano a chi soffre. Vuol dire saper identificarsi con loro, non essere ciechi e indifferenti, essere sensibili al male del prossimo. Saper immaginare com’è la vita di qualcuno diverso da noi: sfortunato affamato perseguitato braccato minacciato abbandonato traumatizzato. Vuol dire avere il coraggio di uscire dal recinto del proprio egoismo per mettersi nella pelle degli altri.

Tutti hanno seguito il processo di Lisa Bosia nel settembre del 2017, ma non tutti hanno letto il suo memorandum, in cui questa donna racconta ciò che ha visto: profughi reduci da esperienze inenarrabili, donne violentate, minori respinti. Per fare un solo esempio, preso da questo documento: una famiglia afghana composta di madre sola con sette figli, il più piccolo di due anni, che avrebbero dovuto esser rimandati in Italia. Lisa ricorda gli scarponi della polizia dentro casa, lei che grida per terra mentre il figlio maggiore si taglia i polsi dopo essersi chiuso in bagno; e lei, Lisa, tiene quella madre tra le braccia, mentre la polizia sfonda la porta. È solo uno dei casi che hanno segnato la vita della “pasionaria ticinese dei rifugiati”, la quale si è proposta di agire nel solco della grande tradizione umanitaria elvetica ed è stata condannata. Condannata per aver tentato di essere umana.

In vista del processo d’appello, bisognerebbe riflettere sul fatto che, per ossequiare un principio superiore, è legittimo trasgredire le leggi. Lisa ha voluto disubbidire come fece in passato, nel nostro cantone, il pastore Guido Rivoir, che adesso è nel giardino dei Giusti sul lungolago di Lugano, insieme ad altri che hanno aiutato perseguitati politici di tutto il mondo. Perché disubbidire si può, quando si è in presenza della disumanità. E, per questo, basta aver amor proprio. Per voler bene agli altri bisogna, prima di tutto, voler bene a sé stessi. E provare il sentimento della compassione: un sacrificio che l’uomo fa del proprio egoismo. Scrive Antonio Prete, citando Leopardi: “In genere dinanzi al dolore altrui l’uomo tende a fuggire. Se invece, nonostante la sventura, egli si fa prossimo all’altro, cogliendo nel suo dolore la virtù, fino a compassionarlo, cioè a voler coll’animo entrare a parte de’ suoi mali”, allora egli appare “a sé stesso straordinariamente magnanimo, singolare, eroico, più che uomo, poiché può non esser egoista e impegnarsi seco medesimo per altri che per sé stesso”.

Una stretta di mano, dunque, a Lisa Bosia Mirra, donna coraggiosa e generosa che ha saputo darsi agli altri.


Dichiarazione spontaneamente resa da parte di Lisa Bosia in occasione di un suo interrogatorio davanti al ministero pubblico del Cantone Ticino

Voglio fare una dichiarazione spontanea. La motivazione di fondo del mio agire è che era molto difficile per me vedere queste persone essere rinviate dalla Svizzera e vederle dormire al parco in Italia all'aperto, senza alcuna assistenza sanitaria e psicologica. Quando ho iniziato ad essere attiva su Como ero appena rientrata dalla Grecia dove ho visto la stessa situazione di persone disperate e in condizioni provate, il cibo era razionato, non c'erano assistenza medica e psicologica. Nonostante la condizione di profughi di guerra non avevano alcun diritto a raggiungere i propri famigliari. Questo accumulo di situazioni di cui sono stata direttamente testimone mi faceva stare male e ha sicuramente contribuito ad abbassare la ma capacità di valutare bene i rischi a cui andavamo incontro noi, oltre a quelli a cui andavano incontro i profughi.


laRegione 6 settembre 2019, di Andrea Ghiringhelli, storico
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L'obbedienza alla legge non è un dovere assoluto!

Ritorno sul caso di Lisa Bosia Mirra e riassumo. Lo faccio come cittadino che ha il diritto di non tacere e di esprimere con enfasi controllata ciò che già disse su questo giornale (Per motivi umanitari, 16/17 settembre 2017; (...)

(...) Creonte o Epicheia?, 12 ottobre 2017).

Esistono leggi giuste e leggi ingiuste e l’irresponsabilità non è in chi disobbedisce a leggi ingiuste, ma in chi fa dell’obbedienza cieca e ottusa a leggi ingiuste l’alibi dell’indifferenza e della deresponsabilizzazione individuale. Sul caso specifico: è certo e inconfutabile che l’imputata Bosia Mirra abbia consapevolmente violato una legge dello Stato, ma è stato assodato che l’ha fatto per motivi nobili e umanitari: quegli stessi motivi che hanno spinto nel 1938-39 il capitano della polizia di San Gallo, Paul Grüninger, a violare la legge per salvare centinaia di ebrei; quegli stessi motivi che nel 1973 convinsero il pastore Guido Rivoir a ignorare la legge per accogliere i profughi cileni; quegli stessi motivi che spinsero nel 1943 il futuro papa Giovanni XXIII a disobbedire alle leggi razziali per salvare tantissimi bambini ebrei; quegli stessi motivi che indussero coloro che riposano nel Giardino dei Giusti a lasciarsi guidare dal principio di solidarietà umana; e quegli stessi motivi che ogni giorno consentono ai volontari delle Ong di salvare migliaia di profughi sfidando la barbarie della politica; quegli stessi motivi che inducono tanti cittadini a protestare per il trattamento riservato ai rifugiati dai carnefici volonterosi della politica senza umanità.

Disobbedire: dovere inderogabile del buon cittadino

Nessun dubbio: in questi casi disobbedire alle leggi dello Stato che ignorano il carattere universale della dignità umana diventa un’urgenza di bruciante attualità, un dovere inderogabile del buon cittadino. Lo spregiudicato cinismo con cui prendiamo atto dello scempio di vite umane nel Mar Mediterraneo sono il frutto velenoso dell’apatia silenziosa e dell’obbedienza supina di troppi spettatori passivi: la strada di Auschwitz – disse qualcuno – era costruita sull’odio ma lastricata di indifferenza. Oggi la storia sembra ripetersi e oggi la politica dell’odio e della ostentata indifferenza verso le sofferenze altrui è il grido di guerra della destra estrema.

La signora Bosia Mirra è stata considerata da parecchi politici poco avveduti che razzolano alle nostre latitudini alla stregua di una criminale e in ogni caso un esempio di cattiva cittadina perché – cito – “la legge dello Stato deve essere rispettata in ogni modo e non è lecito disobbedire”. Faccio sommessamente osservare ai convinti assertori della tesi liquidatoria che sono queste le motivazioni addotte e ripetute al processo di Norimberga (1945) da personaggi poco raccomandabili: eseguivano gli ordini e obbedivano alla legge dello Stato, e quindi non erano responsabili dei loro atti e si autoassolvevano. L’obiezione fu immediata: ci sono principi universali e prevalenti che riguardano il rispetto dell’essere umano nella sua pienezza che nessuna legge, nessuna autorità può permettersi di schiacciare.

Quando scatta il diritto alla disobbedienza?

Quindi quando scatta il diritto alla disobbedienza? Diciamo molto semplicemente quando vien meno il rispetto dell’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti (1948) che decreta uguale dignità e diritti per tutti gli esseri umani senza eccezioni; quando vien meno l’articolo 2 della Convenzione dei diritti del fanciullo (1989) che obbliga gli Stati a prendersi cura per intero della dignità, dello sviluppo e della sopravvivenza dei bambini; quando più semplicemente vien meno – e parlo di casa nostra – il rispetto dell’articolo 7 della Costituzione federale (1999) che impone la difesa della dignità della persona. Oggi la politica questo rispetto ce l’ha sempre meno e infatti si parla di una politica dell’odio che sta conquistando larghe fette dell’opinione pubblica plaudente al leader che reclama pieni poteri in nome del popolo: vi sono diritti per Noi ma non per Loro; quelli che hanno altre culture e la faccia scura debbono restar lontani; non è questione di razzismo ma Noi siamo superiori e Loro inferiori. Non ho dubbi: quando questo succede, i buoni cittadini hanno l’obbligo etico di ripudiare tutte le leggi che impediscono, limitano, mortificano la dignità delle persone. Perché l’obbedienza a una legge ingiusta, contraria alla dignità delle persone, è un atto di colpevolezza e troppe volte funziona come un alibi per lavare la propria coscienza.

Scarsa conoscenza della realtà vera

In prima istanza, se ben ricordo, la signora Bosia Mirra fu condannata perché avrebbe portato clandestinamente in Svizzera migranti che vivevano in uno “stato non lesivo dei diritti dell’uomo”: è un’affermazione sorprendente perché denota scarsa conoscenza della realtà vera. Io ci sono stato qualche volta a Como, e mi capita di ritornarci di tanto in tanto: e vedo e ascolto, e scruto occhi smarriti e senza speranza, di persone abbandonate da tutti, calpestate nella loro dignità di esseri umani, e osservo le scritte di chi li considera bestie, subumani da annientare, e il razzismo dilaga e sta corrodendo le nostre coscienze: e allora alla luce di questa realtà nauseabonda parlare di ambiente “non lesivo dei diritti umani” è un ennesimo schiaffo alla dignità delle persone. Evitiamo di assecondare questo vergognoso regresso etico e culturale. Non si tratta di assolvere o condannare una persona, ma di assolvere o condannare i grandi principi universalistici di umanità che dovrebbero essere il fondamento di ogni civiltà.

‘Non in nome mio!’

Non sarebbe ora di scuotere la nostra indifferenza, di assumere la nostra responsabilità di cittadini non asserviti al gregarismo dell’indifferenza e al conformismo della pusillanimità? Non sarebbe ora di gridare forte, come fece Andrea Camilleri, “Non in nome mio!”? Non sarebbe ora di buttare a mare la zavorra dei freni indecenti che stanno inquinando la nostra società e affondando le menti in una vergognosa disumanità? Forse, prima di pronunciare ardue sentenze e affrettate condanne, gioverebbe rileggere Benjamin Constant (17671830): “L’obbedienza alla legge è un dovere: ma come tutti i doveri, non è assoluto, è relativo (…) Nessun dovere ci vincolerebbe a leggi (…) che ci ordinassero di contrastare principi eterni di giustizia e pietà, che l’uomo non può smettere di osservare senza disconoscere la propria natura (…) qualsiasi legge che indebolisca la predisposizione dell’uomo a offrire riparo a chiunque gli chieda asilo, non è una legge (…): anatema e disubbidienza di fronte ad ingiustizie e crimini compiuti sotto il nome della legge diventano necessari”.


Aiutare i migranti non è reato!

Secondo la Corte costituzionale francese (Conseil Costitutionnel) il sostegno disinteressato alla circolazione e al soggiorno irregolare non può essere punito. Liberté, Egalité, Fraternité sono gli ideali a cui si riferisce la Costituzione nel suo preambolo. Fraternità è quindi un valore costituzionale e implica la libertà di aiutare qualcuno, con scopi umanitari, senza prendere in considerazione la regolarità del suo soggiorno su territorio nazionale.

Una sentenza importante quella dell’Alta Corte francese che di fatto giudica incostituzionale il “reato di solidarietà” dando ragione a Cédric Herrou, l’agricoltore diventato il simbolo degli aiuti ai migranti sul confine italo-francese.

Cédric Herrou era stato condannato per aver dato sostegno e alloggio a decine di migranti clandestini proprio in nome del “reato di solidarietà”. Reato ora cancellato dalla Corte costituzionale. Infatti secondo i giudici francesi con la condanna di ogni aiuto dato alla circolazione e al soggiorno di migranti irregolari per scopi umanitari il legislatore non ha assicurato il giusto equilibrio tra il principio di fraternità e la salvaguardia dell’ordine pubblico. La corte costituzionale specifica poi che la libertà di aiutare i migranti irregolari non si riferisce necessariamente anche all’aiuto all’entrata illegale.

In un momento in cui il tema degli aiuti ai migranti è di grande attualità questa è una sentenza di grande portata che riconosce dignità a chi da tempo si occupa proprio del sostegno a queste persone. E il caso di Lisa Bosia, che è stato sovente accostato a quello di Cédric Herrou, rientra proprio nelle considerazioni fatte dalla corte Costituzionale francese.

www.conseil-constitutionnel.fr


BELLINZONA, 21 settembre 2017, ORE 9:00

Il processo a Lisa Bosia Mirra

La storia di Lisa Bosia Mirra divide e allo stesso tempo emoziona. Basta scorrere il suo diario per capire che la battaglia per i diritti dei rifugiati è la sua vita. Nelle prime pagine scrive: "Sono stata in silenzio a lungo ma adesso sono pronta a raccontare a chiunque abbia la voglia e il tempo di ascoltare quello che ho visto a Como, delle ferite ancora aperte, delle donne stuprate, dei minori respinti. Di come quel parco antistante la stazione si sia trasformato nella dimostrazione più evidente della fine di qualunque umanità". È per questo che "era impossibile fare diversamente da come ho agito".

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Il prossimo 21 settembre Lisa Bosia Mirra dovrà presentarsi davanti al giudice Siro Quadri, alla Pretura penale di Bellinzona, poichè accusata di aver aiutato, tra l’agosto e il settembre 2016, in almeno 9 circostanze, alcuni rifugiati, tra cui bambine e bambini, a entrare illegalmente in Svizzera. Lo ha stabilito la Pretura penale dopo che Lisa Bosia Mirra aveva fatto ricorso contro il decreto d’accusa emesso nei suoi confronti dalla procuratrice pubblica Margherita Lanzillo. Quest’ultima aveva proposto una pena pecuniaria sospesa di 80 aliquote giornaliere e una multa. La deputata socialista si è sempre giustificata affermando di aver compiuto tutto ciò per motivi di carattere umanitario. La crisi migratoria che contraddistingue l’intera Europa, l’Italia e il confine con la Svizzera è un fatto noto. È in questo contesto che Lisa Bosia Mirra ha agito trovandosi confrontata con una crisi umanitaria che costringe masse di disperati - soprattutto bambine e bambini - a fuggire da Paesi in guerra o gestiti da regimi totalitari.

Questo OSSERVATORIO nasce con l'intento di fornire un'ampia documentazione sulla vicenda e sull'operato di Lisa Bosia Mirra per permettere ai media di svolgere il proprio lavoro in modo documentato. Siamo consapevoli che il diritto non deve essere violato ma anche di quanto le questioni umanitarie siano prioritarie. Il nostro scopo principale è la difesa dei diritti umani di coloro che difendono concretamente questi diritti. 

Il processo che, per ragioni di spazio si terrà nell’aula del Tribunale penale federale di Bellinzona, è previsto nell’arco di un solo giorno. La sentenza verrà comunicata giovedì 28 settembre alle 10.00